Sui social, abbiamo tutti famiglie perfette, case stupende, storie d'amore fantastiche, corpi e abiti da sogno. Dal politically correct siamo passati all'happy correct e siamo tutti così ossessionati, da essere happycondriaci

Agli inizi, con l’esplosione della fotografia digitale, si è scoperto che era possibile “photoshoppare” corpi comuni e trasformali in figure scultoree, quasi divine. Poi, l’avvento dei social: imperativo, condividere stati e immagini purché mostrassero la parte migliore di noi. E così, un passo alla volta, arrancando nella “finzione della perfezione“, siamo arrivati a mostrarci sempre felici, soddisfatti, contenti e sorridenti. Signori e Signore, benvenuti nella “dittatura della felicità”: welcome to HAPPYCRACY.


Il nome non è stato inventato da noi, ma da persone che di mente e natura umana ne sanno: Edgar Cabanas e Eva Illouz, rispettivamente psicologo e sociologa, ci hanno scritto un saggio, che ha come sottotitolo “Come la scienza della società controlla le nostre vite“.

Cosa sostengono costoro? Qualcosa di innegabile, per cominciare: ovvero che siamo tutti bravissimi a narrare sui social delle storie su di noi che ci mostrano sempre felici, contenti, soddisfatti.

faccie smorfia

Sui social, abbiamo tutti famiglie perfette, case stupende, storie d’amore fantastiche, corpi e abiti da sogno. Ovunque siamo, che sia in vacanza o al lavoro, abbiamo un bel sorriso a 32 denti stampato sul volto e se dobbiamo spendere parole sulla nostra vita interiore è solo per fornire “perle ai porci”. Tutto a caccia di like.

Insomma, dal politically correct siamo passati all’happy correct. Ma non esattamente perché lo vogliamo, bensì perché la società in cui viviamo ce lo impone. Il tutto a scapito della ricerca di una felicità reale, fatta anche di momenti difficili, situazioni complesse, vite e corpi imperfetti.

La perfezione è sempre a un gradino dalla perfezione.

– Alessandro D’Avenia

Un vero paradosso. Oggi la ricerca, o meglio l’ostentazione, della felicità è una così assidua ossessione, che alla fine ottiene un effetto boomerang: facendo finta di avere vite perfette, capiamo che non lo sono, rendendoci conto, o convincendoci, che qualcosa manca sempre. Del resto, nella realtà, la felicità assoluta è irraggiungibile. E così diventiamo tutti “happycondriaci”, ossessionati dal dover cancellare ogni macchia della nostra vita.

Siamo tutti neofantozziani?

Ma non solo. Secondo i due autori del saggio, dietro questa Happycracy ci sarebbe una ben definita strategia di potere che tende a usare l’obbligo di mostrarsi felici come uno strumento di coercizione e controllo, soprattutto nelle aziende. Potremmo definirlo una sorta di “neofantozzismo”. “Viviamo in un mondo invaso dall’apparente felicità, a un livello tale che essere felici sembra essere diventato non solo un obiettivo di vita, ma un diritto e un obbligo. Non ci è concesso di fallire, e siamo condannati al successo e al benessere” scrivono i due autori .

Non ci è concesso di fallire, siamo condannati al successo e al benessere”


Felici e schiavi, infelici e liberi?

Quale la soluzione, dunque, se c’è? Per noi e per tutti, per la società in primis, curare questa “happycondria”: “la rabbia può portare a scelte distruttive, infliggere umiliazioni, ma permette di sfidare l’autorità e di rafforzare i legami interpersonali davanti a ingiustizie o minacce condivise. – scrivono i due autori – Gli scienziati della felicità dipingono frustrazione, risentimento e odio come fallimenti nella formazione della psiche, ma sono emozioni fondamentali per la costruzione di dinamiche sociali quali i movimenti collettivi e la coesione dei gruppi”

Insomma: felici ma schiavi, infelici ma liberi? A voi l’ardua sentenza…